Il punto di partenza chiaro e decisivo del Rapporto è che la lotta al cambiamento climatico può essere vinta dato che esistono le risorse finanziarie e le capacità tecnologiche per affrontare la problematica. Benché ogni paese abbia il proprio piano di adattamento sono necessari, però, un coordinamento e un’assistenza da parte della Comunità Internazionale. Questa esigenza deriva dal fatto che nonostante le divisioni politiche, economiche e sociali tra paesi, i cambiamenti climatici ci ricordano che condividiamo tutti una sola cosa: la Terra, per cui ogni attività o gesto inquinante ha effetti sull’intera Comunità mondiale in un sistema di interdipendenza ecologica.
I danni al benessere umano derivanti dal riscaldamento globale sono già, oggi, drammatici e sono destinati a peggiorare, per cui lotta alla povertà e cambiamenti climatici sono legati inscindibilmente.
È un imperativo contenere i cambiamenti climatici e ridurne gli impatti attraverso la stabilizzazione delle emissioni di gas serra perché solo in questo modo si può favorire la lotta alla povertà ed il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio.
Il Rapporto sullo sviluppo umano propone infatti raccomandazioni e strategie di adattamento che, allo stato attuale delle cose, sembrano davvero inderogabili.
Il Rapporto, dedicato alla questione ambientale, lancia l’allarme sui rischi a cui è esposta tutta la popolazione mondiale ed in particolare quella dei paesi del Sud del mondo.
La denuncia dell’UNDP deriva dalla constatazione che ci stiamo avvicinando ai “punti di svolta” ovvero a quegli eventi imprevedibili e non lineari che potrebbero aprire la porta a catastrofi ecologiche. “Si tratta di una tragedia umana in corso di svolgimento e rappresenta una violazione sistematica dei Diritti Umani” poiché i cambiamenti climatici dovuti alle emissioni dei gas serra, nel lungo periodo, saranno irreversibili ed ogni giorno di inazione farà aumentare i danni sull’ecosistema e di conseguenza sul benessere umano. Nonostante l’incertezza in ambito scientifico sulla capacità di una loro previsione, i rischi enormi e potenzialmente catastrofici sono ben noti ed una risposta limitata sarebbe ingiustificabile.
La minaccia del riscaldamento globale arreca danni al benessere umano perchè:
- colpisce le regioni del pianeta in maniera differenziata con conseguenze drammatiche soprattutto sulle comunità più povere e vulnerabili del mondo
- mina i progressi già ottenuti nella riduzione della povertà
- ostacola il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
- si ripercuote in particolare sui poveri e sulle generazioni future sollevando questioni di giustizia sociale, uguaglianza e diritti umani.
Per queste motivazioni lotta alla povertà e cambiamenti climatici sono correlati.
In particolare il Rapporto rileva 5 meccanismi attraverso cui i cambiamenti climatici faranno aumentare l’esposizione delle famiglie povere e vulnerabili a crisi legate al clima, interrompendone lo sviluppo e successivamente invertendone la tendenza:
- la produzione agricola e la sicurezza alimentare verranno minate in seguito all’aumento delle aree colpite da siccità
- lo scioglimento dei ghiacci accrescerà lo stress ambientale compromettendo gli attuali flussi idrici per l’irrigazione e gli insediamenti umani
- l’improvviso innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature globali di 3-4°C potrebbe causare il trasferimento temporaneo o permanente a causa di inondazioni di 330 milioni di persone
- la rapidità dei cambiamenti climatici determinerà gravi conseguenze sugli ecosistemi e sulla biodiversità perché non permette a molte specie animali di adattarsi ad essi, incorrendo così in un serio rischio di estinzione
- la salute degli esseri umani sarà messa a rischio dall’aumento della diffusione delle principali malattie mortali soprattutto nei PVS.
La lotta al cambiamento climatico può essere vinta perché ci sono le risorse finanziarie e le capacità tecnologiche per affrontare la problematica.
Inoltre il Rapporto individua tre elementi portanti della problematica:
- l’aspetto inerziale e cumulativo dei cambiamenti climatici richiede interventi continuativi da parte della Comunità internazionale poichè i cicli del carbonio non seguono - di certo - i cicli politici. Basti pensare che qualsiasi mitigazione della problematica - dato l’attuale stato delle cose - non avrà effetti prima del 2030.
- le proporzioni globali del problema fanno sì che nessuna Nazione può vincere da sola la battaglia ricordando che - per mantenere
- l’aumento repentino della temperatura richiede urgenza di interventi e risposte collettive affinché questo sia mantenuto sotto i 2°C.
È necessario dunque, contenere i cambiamenti climatici e ridurne gli impatti attraverso la stabilizzazione delle emissioni di gas serra così da favorire la lotta alla povertà ed il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio. Ma in che modo?
Il Rapporto suggerisce diverse strategie e raccomandazioni quali:
- implementare politiche nuove ed ambiziose ma con obiettivi credibili ed investire nella mitigazione che pur avendo all’inizio costi considerevoli - come qualsiasi investimento - ha dei benefici a lungo termine. In realtà esiste un rapporto inverso tra responsabilità per i cambiamenti climatici e vulnerabilità alle ripercussioni, aspetto quest’ultimo spesso trascurato. A tal proposito il Rapporto evidenzia una disomogeneità nella distribuzione dei costi e dei benefici per cui i maggiori responsabili dell’inquinamento globale - ovvero i paesi ricchi - saranno i meno colpiti così come quelli a reddito medio che non hanno tuttavia lo stesso debito dei primi nei confronti delle generazioni future.
- evitare i controlli burocratici inibitivi o un sistema di quote , ma anche i mercati ed i prezzi dovranno mettersi in funzione così da favorire l’adeguamento da parte dei privati. Per fare un esempio si potrebbe attribuire un prezzo all’anidride carbonica in modo che questo rifletta il suo costo sociale. Sebbene gli obiettivi in materia di emissioni e di efficienza energetica hanno un ruolo importante, il sistema dei prezzi deve agevolare il conseguimento dei nostri fini .
- introdurre sistemi di tassazioni imponendo un prezzo alle emissioni o un sistema di contenimento e scambio di quote. I paesi industrializzati devono assumere un ruolo guida data la loro responsabilità storica ma soprattutto perché hanno le risorse finanziarie e le capacità tecnologiche per avviare una riduzione tempestiva delle emissioni. Tutto ciò non è sufficiente, sono necessari infatti una maggiore regolamentazione e collaborazione tra pubblico e privato.
- aprire i mercati ai combustibili alternativi. Migliorando l’efficienza energetica si riducono e emissioni e i prezzi dell’energia. Basti pensare alla tecnologia di cattura e stoccaggio emissioni (CSE) che apre la prospettiva di centrali elettriche a carbone con emissioni tendenti a zero
- stabilire un quadro di prevenzione multilaterale chiaro dato che ad oggi non esiste.
Il Protocollo di Kyoto post-2012 quindi, dopo la sua scadenza, potrebbe favorirne la creazione.
- mobilitare l’azione pubblica. Stanno emergendo nuove e potenti coalizioni a favore del cambiamento .
Una migliore efficienza energetica offre vantaggi ai paesi in via di sviluppo per il minor inquinamento ambientale ed a tutti i paesi per la mitigazione dei livelli di CO2 ma data l’inesistenza di un meccanismo che avvii queste condizioni reciproche di vantaggio nel Rapporto si propone l’istituzione di un Fondo di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici (CCFM) che dovrebbe stanziare ogni anno 25-50 miliardi di dollari per finanziare investimenti in energie a basse emissioni nei PVS.
Certo è che pure le strategie di mitigazione più rigorose sarebbero insufficienti ad evitare inversioni di tendenza nel processo di sviluppo umano. L’ulteriore innalzamento delle temperature sarà inevitabile e le strategie di adattamento sembrano ormai inderogabili. Anche sotto questo aspetto le disparità tra paesi ricchi e paesi poveri sono sempre più evidenti. Le ragioni sono diverse tra cui la poca informazione che i paesi poveri riescono ad ottenere a causa di mancanza di risorse e capacità di valutazione dei rischi; la mancanza di risorse finanziarie per l’adattamento infrastrutturale.
I programmi assicurativi di tutela sociale, promossi nei PVS dai paesi ricchi, implementati per sostenere lo sviluppo delle capacità di adattamento e quindi l’intera risposta internazionale all’adattamento appaiono inadeguati rispetto alle esigenze effettive dei paesi interessati.